La Cina investe 295 miliardi nei data center: avranno (quasi) solo chip nazionali

Il piano cinese punta all'80% di chip prodotti internamente entro il 2028, ma la capacità produttiva di SMIC e Huawei rappresenta un ostacolo.

La Cina investe 295 miliardi nei data center: avranno (quasi) solo chip nazionali
I data center sono al centro dei piani di sviluppo della Cina

Pechino sta delineando una strategia monumentale da circa 2.000 miliardi di yuan, equivalenti a 295 miliardi di dollari, per la creazione di una rete nazionale di data center dedicati all’intelligenza artificiale. Questo ambizioso progetto quinquennale, coordinato dalla Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma, mira a integrare le infrastrutture di calcolo del Paese in un’unica rete entro il 2028. La gestione operativa sarà affidata ai colossi statali China Mobile e China Telecom, con un finanziamento sostenuto massicciamente dal debito sovrano e da titoli di Stato speciali. Se si considerano anche i necessari aggiornamenti della rete elettrica per supportare queste strutture, l'investimento complessivo potrebbe superare la soglia dei 5.000 miliardi di yuan, sottolineando l'importanza strategica che il governo cinese attribuisce alla propria sovranità tecnologica.

Il cuore del piano risiede nell'obbligo di utilizzare tecnologie nazionali per almeno l'80% delle componenti, includendo i semiconduttori avanzati di fornitori locali come Huawei. Questa scelta protezionistica esclude di fatto i leader globali Nvidia e AMD, vincolando però lo sviluppo della rete alla reale capacità produttiva interna. Attualmente, la fonderia SMIC rappresenta il pilastro della produzione, ma deve affrontare limiti fisici significativi. Il suo processo produttivo più avanzato, il nodo N+2 a 7 nanometri, opera già con un utilizzo superiore al 93%. Questa saturazione lascia pochissimo spazio di manovra per soddisfare la crescente domanda di chip certificati dal governo, creando un collo di bottiglia che potrebbe rallentare l'intera tabella di marcia del progetto. Oltre alla produzione dei processori, la Cina deve fare i conti con la scarsità di memorie ad alta larghezza di banda (HBM), componenti essenziali per gli acceleratori di classe Ascend di Huawei. Nonostante Huawei abbia distribuito circa 812.000 chip lo scorso anno, la sua catena di fornitura fatica a sostenere i ritmi necessari per raggiungere gli ambiziosi obiettivi di fatturato fissati per il 2026. Le stime attuali suggeriscono che i fornitori cinesi riusciranno a coprire solo il 76% della domanda interna di chip IA entro il 2030.

Le recenti restrizioni imposte da Pechino, che vietano l'uso di hardware straniero nei progetti statali e impongono la rimozione di componenti Nvidia e Intel dai lavori in corso, costringono il settore a una corsa contro il tempo per colmare un divario tecnologico stimato tra i cinque e i dieci anni rispetto ai leader mondiali. Le perplessità non mancano nemmeno all'interno dell'industria cinese stessa. Zhao Haijun, co-CEO di SMIC, ha avvertito che una crescita eccessiva della capacità produttiva, senza un mercato pronto ad assorbirla, rischia di lasciare i data center inutilizzati, paragonando l'operazione alla costruzione di autostrade in assenza di traffico. Inoltre, la superiorità prestazionale dell'hardware straniero rimane un fattore determinante nelle applicazioni reali. Un esempio emblematico è rappresentato dal caso DeepSeek: inizialmente orientata verso l'hardware Huawei per l'addestramento dei propri modelli, l'azienda è dovuta tornare all'uso di soluzioni Nvidia per gestire i carichi di lavoro più complessi. Questo episodio evidenzia come la Cina debba ancora superare sfide tecniche imponenti per competere ai massimi livelli nel campo dell'intelligenza artificiale generativa.

Fonte: www.tomshardware.com